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Quando la comunità diventa l’eco dell’IO

Ogni persona pur mantenendo la propria libertà ed individualità, si ritroverà quasi sempre a far parte – in maniera spontanea ma a volte anche subita – di una comunità sociale, religiosa, territoriale e/o dell’ambiente che la circonda.
Ma se da una parte ‘fare comunità’ richiama a sentimenti positivi e altruistici, a volte la ‘comunità’ stessa può risultare soffocante, limitante.

Come riportato dalla psicologa Maria Teresa Fenoglio a volte infatti, la forma di convivenza ideale non sempre coniuga gli elementi vitali della “comunità” con quelli della “società“. Elementi necessari per creare una dialettica continua tra due posizioni. La situazione ideale sarebbe dunque quella di un consesso umano in cui si integrano gli elementi di riconoscimento, accoglienza, protezione della “comunità” con quelli della valorizzazione delle diversità, della iniziativa individuale, del diritto alla scelta di rimanere o allontanarsi.

Ma quali sono, nello specifico, gli elementi “comunità” il cui recupero in chiave “postmoderna” può agire da antidoto agli effetti alienanti della globalizzazione; e come favorirne il radicamento? Come favorire nei singoli e nei gruppi la disponibilità a spendersi per la comunità? Quando ci poniamo queste domande non possiamo fare a meno di rintracciare nella nostra esperienza elementi di “comunità” che abbiamo in qualche modo vissuto. Naturalmente siamo consapevoli della operazione di idealizzazione in cui veniamo bene o male coinvolti.

Per esempio, se restringiamo il campo, sul senso di comunità che possiamo avere e percepire nel nostro quartiere, siamo davvero sicuri che quel ‘fare insieme’ sia poi alla fine davvero tangibile? Davvero gli abitanti di una zona, di un quartiere pur ‘sentendosi comunità’ inclusiva, multiculturale, sostenibile alla fine si rendono davvero al servizio del bene comune? Persino le politiche amministrative a volte, pur condividendo idee e progetti per il bene comune di fatto poi si perdono in procedure che, alla resa dei fatti, vanno a favore solo di alcuni ‘eletti’.

Basti pensare che a livello mondiale in ‘onore’ del benessere comune, le condizioni di salute ed economiche vanno a ‘favore’ solo di 2.153 ricchi privilegiati, contro il 4,6 miliardi di persone che invece non riescono ad accedere, magari, all’assistenza sanitaria.

La quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità, circa 3,8 miliardi di persone, non sfiora nemmeno l’1%. Questa è la fotografia scattata dal Rapporto annuale sulle disuguaglianze diffuso da Oxfam durante il World Economic Forum di Davos (20 gennaio 2020). Secondo l’organizzazione non governativa, impegnata nella riduzione della povertà globale, la fortuna dell’1% più ricco del mondo «corrisponde a oltre il doppio delle ricchezze accumulate» dai 6,9 miliardi meno ricchi, ovvero il 92% della popolazione del pianeta. Ma tornando al fatto che, fare comunità, oltre a essere un trend positivo, può anche risultare a volte limitante, possiamo riportare un altro esempio che è quello della ‘comunità digitale’.

Sì, perché senza neanche rendersene conto, solo semplicemente digitando su il motore di ricerca (da noi più frequentemente utilizzato), una qualsiasi informazione che sia inerente il tempo libero (viaggi, musica, eventi o film), la politica (nazionale ed internazionale),lo sport (squadra del cuore, alpinismo, nuoto), ci si può rendere conto che – non a caso – il motore di ricerca ci riporterà alle nostre ‘solite’ preferenze e, senza saperlo, ci limiterà altri tipi di conoscenze e informazioni.

Un esempio pratico può essere qualsiasi dibattito e/o tema politico, sociale, ambientale. Infatti se siete più propensi a sostenere una o l’altra parte, il motore di ricerca -proprio come una comunità farebbe- ci indicizzerà ad articoli, video e fatti che ‘seguono’ la nostra linea di pensiero. Questo però di fatto ci limita e non ci porta a totale conoscenza dei reali scenari e contesti di quel dato argomento. Stessa cosa se ci pensate accade su Facebook dove scorrendo l’home page ci accorgeremo che, non solo le notizie che ci arrivano (magari sponsorizzate da questa o quella testata) saranno – guarda caso- in linea con le nostre preferenze, punti di vista.

E sempre sullo stesso social network avviene un ‘restringimento’ della comunità digitale che riguarda ad esempio i nostri contatti. Quelli infatti con cui interagiamo di più sono gli stessi che compaiono più frequentemente nella sezione notizie. E, anche questo, non restringe il nostro ‘fare comunità digitale’? Magari proprio con chi non interagiamo spesso posta articoli, foto e musica che non è quella che siamo soliti scegliere ma non ci darebbe un altro, interessante, punto di vista e una conoscenza in più?

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