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Biodiversità culturale: il principio “dimenticato” della Sostenibilità

Biodiversità culturale: un concetto dimenticato o volutamente ignorato? Se si va ad analizzare il principio di biodiversità lo si associa immediatamente alla sua matrice ambientale, intesa come quel parametro della sostenibilità che si occupa della preservazione degli ecosistemi di un determinato Habitat. Risulta più complesso, invece, cercare di trovare una definizione univoca di biodiversità culturale, questo a causa del mancato valore che le istituzioni le conferiscono coadiuvato ad una inesistente sensibilizzazione alla cultura in generale. Biodiversità culturale e economia sostenibile sono due concetti dipendenti tra loro: Come può l’Italia, che è uno dei territori che possiede il più alto tasso di biodiversità culturale, non prevedere tra i propri obiettivi di sostenibilità la salvaguardia della propria cultura?

  • Agenda 2030

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha stilato un programma di 17 obiettivi di sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals (SGD) – sottoscritto dai governi dei 193 Stati membri nel 2015. Un piano che consiste nell’impegno dei paesi a rispettare gli intenti e raggiungere uno o più obiettivi di sostenibilità entro il 2030. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile ha come scopo quello di risolvere i macro-problemi legati allo sviluppo economico e sociale, quali abbattimento della povertà assoluta, la risoluzione della fame nel mondo, il diritto all’istruzione e alla salute, l’accesso all’acqua e all’energia. Includendo, inoltre, obiettivi che mirano alla protezione delle biodiversità ambientali, alla tutela del clima, alla parità sociale e di genere. 17 parametri senza dubbio determinanti per la sopravvivenza del pianeta e dello sviluppo socioeconomico ma che, tuttavia, non contemplano delle misure reali per la conservazione delle identità nazionali di ogni paese. Biodiversità culturale e preservazione linguistica appaiono quindi obiettivi secondari ma che in realtà sono di prim’ordine quando si tratta della salvaguardia del patrimonio culturale italiano e mondiale. E quindi, come possono i cittadini italiani riuscire a comprendere il valore della biodiversità culturale se gli organi governativi internazionali e nazionali non ne riconoscono l’importanza?
In merito alla mancata regolamentazione della biodiversità culturale da parte dell’ONU è intervenuta la professoressa Luisa Maffi, direttrice e cofondatrice della fondazione Terralingua. Nell’intervista rilasciata al magazine dell’Università di Padova la docente racconta le difficoltà riscontrate in termini di sensibilizzazione, sottolineando quanto, tutt’oggi, il tema della diversità culturale non venga ancora considerato un argomento di interesse primario per le politiche nazionali ed internazionali. Conclude, infine, il suo intervento affermando: “purtroppo, il meglio che posso dire su Sustainable Development Goals è che sono una grande occasione mancata per il riconoscimento dell’importanza della diversità culturale e di quella linguistica, intese sia di per sé che in relazione alla biodiversità”.

 

Anche l’Ispra ha affrontato, in una recente ricerca, il tema della biodiversità interrogandosi proprio sul significato di biodiversità culturale attuando un’analisi di tutte le sfumature ad essa connessa: “è corretto parlare di una diversità culturale, che nasce nei diversi individui e gruppi sociali in virtù del tratto distintivo dell’uomo in quanto animale culturale. Le comunità umane, infatti, si differenziano tra di loro per la propria specifica cultura, che è l’insieme delle particolarità materiali, intellettuali, emozionali e spirituali di un gruppo, ed include le arti, la letteratura, lo stile di vita, i gusti, le tradizioni, i riti e le credenze. Ogni persona poi interpreta a sua volta i valori condivisi e li esprime nei comportamenti concreti e negli stili di vita adottati. Ciascuna cultura è portatrice di identità, di valori e di senso, quindi tutte le culture hanno pari dignità e vanno preservate con attenzione ed impegno” [Fonte Ispra]

Già nel 2001 l’Unesco parlava dell’importanza del tema della biodiversità delle culture. La realizzazione della Dichiarazione Universale sulla diversità culturale rappresenta il primo vero documento redatto da un’organizzazione internazionale che evidenzia l’esigenza di tutelarne il pluralismo. Infatti, l’Articolo 1 – “La diversità culturale, patrimonio comune dell’Umanità” afferma che: “La cultura assume forme diverse nel tempo e nello spazio. La diversità si rivela attraverso gli aspetti originali e le diverse identità presenti nei gruppi e nelle società che compongono l’Umanità. Fonte di scambi, d’innovazione e di creatività, la diversità culturale è, per il genere umano, necessaria quanto la biodiversità per qualsiasi forma di vita. In tal senso, essa costituisce il patrimonio comune dell’Umanità e deve essere riconosciuta e affermata a beneficio delle generazioni presenti e future.

E dopo 20 anni dalla pubblicazione del documento non vi è ancora, tuttavia, alcuna regolamentazione da parte delle istituzioni nazionali sull’argomento.

 

  • Oggigiorno quanto viene percepito dai cittadini italiani il valore della cultura, intesa come forza portatrice di biodiversità che determina l’identità del paese stesso?

Tradizioni, arte, artigianato e linguaggio sono solo alcuni dei tratti distintivi della cultura italiana; aspetti unici che rischiano una prematura scomparsa per via di una globalizzazione culturale innestata e sa ben poco di unitarietà e molto di perdita identitaria. Una delle criticità sul tema della biodiversità culturale è rappresentata dalla incapacità di ogni paese di saper far vivere in armonia tutti gli elementi culturali del proprio paese, da quelli identitari – quindi prettamente territoriali – a quelli “ereditari”, ossia tutti quei valori che si sono affermati nel substrato culturale nel tempo. Tale scambio di valori tra le diverse culture è sempre avvenuto durante l’evoluzione della specie umana, ma ad oggi riconoscere la differenza tra l’autenticità e l’ereditarietà culturale appare molto difficile. Diventa quindi necessario iniziare a considerare la diversità come l’elemento primario da tutelare, in quanto se si verificasse la perdita, parziale o totale, delle biodiversità culturali ciò rappresenterebbe un pericolo concreto per le generazioni future.

  • Dialetti italiani a rischio di estinzione?

L’importanza della lingua rappresenta un tema centrale per l’Italia; da tempo ci si interroga sulla preziosità dei suoi idiomi e del loro utilizzo nelle comunità locali. I dialetti, infatti, non si avvalgono di codici scritti e risalire alla loro genesi non è affatto semplice. Ciò che invece si può affermare è che sono la forma più antica di identità territoriale, un’identità intrisa di storia, commistioni culturali, cultura popolare fatta di usanze e tradizioni. Sono l’espressione più intima di un popolo che, nonostante l’avvento della globalizzazione, è riuscito a sopravvivere.
In Italia si contano 7 principali gruppi dialettali:
1. dialetti Gallo – Italici, parlati nelle regioni del Nord Italia: Piemonte, Lombardia, Liguria e Emilia- Romagna
2. dialetti Veneti
3. dialetti Trentini centrali
4. dialetti Toscani parlati in Toscana e in Sardegna
5. dialetti Mediani parlati nelle regioni del Centro Italia: Lazio, l’Umbria e le Marche
6. dialetti Meridionali parlati nelle regioni del Sud Italia: Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania e Puglia
7. dialetti Meridionali Estremi parlati in Sicilia, Calabria e nella zona del Salento.

L’articolo redatto dal Sole 24 Ore porta alla luce le criticità legate al rischio di estinzioni dei dialetti italiani. Il focus prende come riferimento i dati dell’“Atalants of the World’s languages in danger ” diramati dall’Unesco. Nel documento si individuano 29 diversi tipi dialetti esistenti a rischio di estinzione in tutto il Belpaese, e sono: Sardo campidanés, cimbriano, corso, emiliano, faetar, francoprovenzal, friulano, sardo galurés, griko calbrés, griko salentino, ladino, ligur, sardo, logudorés, lombardo, mòcheno, piamontés, resiano, romanì, sasarés, siciliano, napolitanocalabrés, töitschu, veneciano, yiddish, alemànico, alquéres, provenzale alpino, arbéres e bavaro.

 

 

La fotografia fornita dall’Unesco sullo stato di pericolo degli idiomi regionali sottolinea l’importanza dei dialetti stessi, che dovrebbero essere considerati parte integrante dell’identità culturale italiana. Salvaguardare il linguaggio locale significa voler preservare quella branca della biodiversità culturale che rende l’Italia un paese unico nel suo genere.

  • L’importanza del Made in Italy

Il concetto di biodiversità contempla anche la dimensione urbana, le comunità locali e il know how: si concentra sul rapporto che si instaura tra gli abitanti, la città e il tessuto commerciale. Le botteghe di artigianato, ad esempio, sono uno dei tratti identitari nazionali che rappresentano la biodiversità culturale imprenditoriale; dunque, è importante rendersi conto che il ‘vero’ settore manifatturiero italiano si respira nei piccoli centri storici della città che vive di mestieri tramandati e nella maggior parte dei casi sono microimprese. In Italia non mancano nomi illustri di imprese ma la biodiversità culturale non segue i trend del mercato esiste in quanto valore identitario. Come riportato da Italia Circolare in un articolo: “Secondo i dati di Unioncamere e Confartigianato le micro imprese (con meno di 10 dipendenti e con fatturato o totale di bilancio non superiore a 2 milioni di euro) sono il 94,8% delle aziende complessive; tra queste, oltre 1,3 milioni sono imprese artigiane che occupano 3 milioni di addetti.” Questo dato simboleggia l’estrema necessità da parte delle istituzioni di investire nel proprio tessuto commerciale, fatto di arte, mestieri e tradizioni.

Fino a quando in Italia non esisterà una sensibilità civile ed una educazione civica sulla biodiversità culturale, sarà impossibile parlare di un modello italiano di biodiversità.
La salvaguardia della cultura, del tessuto commerciale e linguistico locale sono i punti da cui partire. Riconoscere l’importanza della territorialità diventa necessario in un’epoca in cui l’abbattimento delle barriere facilita la commistione culturale – che è sempre un bene – ma che di fatto rischia di andare a discapito dell’identità di ogni paese.

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  1. Sono 30 anni che mi dedico alla salvaguardia e al mantenimento del nostro dialetto locale, che considero la nostra madre-lingua. Purtroppo è la ragione economica che prevale sui valori culturali de dialetto. Occorre sostenerlo e praticarlo sia nelle conversazioni familiari e nei testi scrittti. Anche papa Francesco è un sostenitore del dialetto: in due occasioni lo ha sostenuto dicendo che è le lingua dell’amore che nasce in famigia e si tramanda fra generazioni . Sostengo che i vallori culturali del dialetto sono tanti e ogni sforzo per mantenerne la vitalità è ammirevole, specie da parte delle istituzione.

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